ARTURO FARINELLI.
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GIACOMO LEOPARDI.
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1937. Reale Accademia d'Italia, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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Discorso per il centenario della morte di Giacomo Leopardi.
Pronunziato alla Regia Accademia d'Italia il 15 marzo 1937. 15esimo era fascista.
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Mi trema il cuore parlare qui, in questa alta assemblea, di un poeta, sollevato alle sfere degli spiriti maggiori, assorbito nei taciti, eterni giri del tempo e operante ancora, vivente dell'eterea, inconsumabil vita, con la virt possente del suo canto. La parola mia umile non si adegua alla solennit e alla santit della commemorazione. Pi che eccelsa gloria, sommo poeta che un universo acclama e rispetta, Leopardi  un simbolo, l'araldo del nostro sentimento pi acceso nella tristezza e nel dolore, un Nume per il culto della gravit e seriet di questa vita, eternamente corrente tra inganni e speranze, empita di mistero. Passato  il tempo delle accuse insani alla sostanza funebre dei brevi, meravigliosissimi canti, ritenuti vangelo di una dottrina dissolvitrice e negatrice della vita, d'affanno e non di sollievo, battente tra le ombre, avversa alla luce e al sole; e pi non si bada ai giudici e Minossi dell'arte leopardiana, pronti a condannare il poeta, che troppo del suo risentimento, del suo disgusto e del freddo ragionare accoglie nel Canzoniere, in cui tutto si confessa e si espande. L'acume per avvertire tante mende ci pare leggero. Dimezzate questo aureo libro e vi apparr compatto ancora, di immensa, inesauribile ricchezza nella sua esiguit, frammenti di vita staccati dal cuore sanguinante, che sono intere epopee, la pi originale storia dell'anima che da Goethe in qua sia stata scritta per chiarire la sofferenza fatale che ad ogni nobile natura  data in sorte, vero viatico spirituale, il pi sublime breviario poetico del nostro dolore, che in melodiosissimi versi scande le sentenze pi gravi e pi assolute che giammai poeta moderno vibrasse sulla natura e il corso e l'annientarsi della tragica esistenza umana. E di tale sorta  questo possente grido, sorgente dai profondi abissi di una grande coscienza e trascorrente sulle angustie terrene, portato al sereno dei cieli, alle stelle lucenti, all'infinito che non si esplora, da alleviarci di pena e confortarci e rasserenarci, pur con l'amaro del mestissimo pensiero, sgombrando il dubbio, togliendo l'opprimente fastidio, che amava infliggere, per diporto, Lord Byron, e pur recavano, attenti ad incupire e frangere l'anima, altri poeti e apostoli del "Weltschmerz". Non s'abbandona ai languori; pur struggendosi nell'acerbit d'ogni riflessione, non estenua in lui le forze, rimaste sempre gagliardissime; non le sminuisce in noi. Ai mali che disse irrimediabili ha pur dato il suo rimedio dello stoico sopportare; alle virt spente nuovo vigore e fuoco per riaccenderle; al torpore e al tedio invadenti lo sprone ad agire, sicch ogni poro della noia sia riempito, e alle lande deserte e squallide dello spirito che tragitta, un'oasi di verde e di ristoro, il riso, il tremito e il fremito, il fiore della sua bella immaginazione.
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Tutta distesa l'opera del Leopardi in soli due decenni, e in meno di quattro compiuta, sofferta, ricreata di fantasmi l'intera vita. Tragica vita, tessuta di intime e secretissime vicende, sbattuta tra mura solinghe, fuggente gli uomini e i rumori mondani. Quali altre avventure degne di memoria che le avventure spirituali, succedute ai tumulti, alle scosse nell'eremo del cuore? La segregazione nel nato borgo tra le mura paterne, letture e studi e maceramenti continui e voluti dall'acuto, destissimo intelletto, amicizie contratte, fughe, ritorni, il ricovero nelle citt tumultuose che desiderava deserte, figure di donne e fanciulle, fissate nel reale appena, e un dardeggiare fuggitivo d'amore, i sorgenti e sparenti fantasmi: Nerina, Silvia, Elvira, Aspasia, il frammento di vita dolente sull'ultima spiaggia a cui approda e dove muore, i fatti esteriori, che meglio conosceremo e documenteremo, stimolati come siamo dal centenario che or ricorre - degna di considerazione ogni ricerca che accerta gli eventi - ma  pur tutta negli abissi dell'interiore che fluisce la vita verace del poeta. E, se in queste profondit non ci immergiamo, e consideriamo distratti la storia della sua anima ch'egli minutissimamente ci descrisse, tra spasimi, sospiri ed estasi, mai ci daremo conto del fascino che esercita la miracolosa arte sua e la sua tormentata vita medesima, che  pur essa poesia, fascino che non decresce col lontanare dei tempi e il succedersi delle stirpi nuove e il mutare dei gusti e delle tendenze.
 questa gagliardia e intensit del sentimento che pi ci colpisce e appena traspare nel verso che vibra armonioso e sereno e nella divina calma compone e annulla lo strazio e ogni acerbit di sofferenza. E, veramente, il fragile, tenero, delicato, mite poeta, pieghevole ad un soffio, di nessuna robustezza esteriore, disponeva di forze robustissime, inconsumabili all'interiore; e tale secreta ardenza era in lui, tale esuberanza di affetti, tale veemenza di sentire e bisogno di fuoco, di entusiasmo, di vita, da meravigliare che tanto durasse e persino progredisse nella disciplina impostasi della negazione della vita e tanta pertinacia ponesse nel filosofare sull'arido vero, disteso nelle pi meste e deserte lande del pensiero. Non avvertiva lui stesso doversi vivere intensissimamente la vita, perch non la superasse di valore la morte, e tendere risolutamente ad aumentare di numero e di gagliardia le sensazioni? Passioni indomite si accendevano nel petto, che ingigantivano di repente, ricacciate in cuore ad ogni minaccia di esplodere, una volont eroica di agire, abbandonato com'era a s stesso, la volutt del combattimento e dello sconfiggere, nato per l'idillica, serena e indisturbata contemplazione, e il frangersi inevitabile d'ogni slancio e ardire, un ahi gemebondo gridato al disciogliersi dei sogni, al morire delle speranze, cadute nel gran mare delle vanit universali.
Inaudita e senza esempio la precocit del fanciullo che, assorto in s, matura prontamente ogni disposizione di natura, ogni germe di pensiero, tutte le virt del sentimento che s'impongono dominanti nell'et avanzata. Negato ad ogni facile adattamento come ad un graduato evolversi. Credo si esagerino le crisi patite nel dolente meditare, le conversioni, i capovolgimenti avvenuti; e troppo si allarghi il distacco dalla concezione mestissima ai tempi del pi notturno canto, da quella, certo meno disperata, particolare all'et verde, fattasi cos presto autunnale, quando avevano una sembianza di valore ancora le tradizioni invalse e restava un barlume della fede del padre o degli avi. Tutto Leopardi lampeggia, tra sorrisi d'immagini e guizzi di dolore, nei primi saggi, nei primi disadorni cantici, gi di tanta gravit, gi consapevoli del vano anelito ad un piacere ch' solo apparenza, ad una felicit inconseguibile a tutti i mortali. Vedete come gi allora vigila il sentimento che entro gli scoppia, e s'avvezza ad un perpetuo colloquio con s medesimo, e pi martira, pi  intenso il suo sentire, pi acuto e profondo  lo sguardo gettato in s; e gi si sorveglia, si scruta, si macera, si dilania, con accanimento ostinato, e tra gli impeti di desiderio che l'assalgono e il fremito del cuore, incapace di lasciarsi vivere, mosso eternamente a darsi ragione di quel suo aspirare e soffrire, posto a fianco del mistero, che ben sa di vanamente esplorare.
Al flagello della riflessione unico riparo il godimento ingenuo della natura, benigna allora, madre dei suoi fantasmi pi leggiadri, generatrice del suo mondo idillico, saggia, clemente, misericordiosa e provvida - ahim come ne imprecher l'ascoso nefasto potere in altra et, solo per dispetto e pena, e ancor sempre benedicendola in cuore! Errava cos raccolto, sempre aperto alla luce, pur agitando nella mente tanta tenebrosit di pensiero, lieto del verde gettato tra gli squallori, smarrito, estatico innanzi al suo ermo colle, le dorate piagge, gli orti sereni, le campagne distese tacite al raggio argenteo della luna fuggente. E nitida sempre balenava la visione all'occhio stanco, ma penetrantissimo, e intero era l'abbandono del cuore ad ogni spettacolo di natura, in quei suoi luoghi famigliari e cari, che riconosceva veramente ameni e lo trasportavano lungi nell'affettuosa contemplazione.
Solo in zone di pace, tra alti silenzi, nell'oblio del mondo, quest'innamorato della vergine natura si creava il suo mondo di sogno e di poesia, e seguiva tacito e commosso la ridda de' pioventi fantasmi. Ha gran bisogno di espandersi; la piena dei suoi affetti  immensa. Aprirsi ad un universo, dire il dolore suo alle stelle. E male si rassegna al gran deserto di uomini che lo circonda. Il Genio che conforta il Tasso nella sua solitudine  il suo genio. Si fa romita, contro sua voglia, dice; ma le sue solitarie esplorazioni, ricurvo in s, tra ricordi e lacrime, gli dnno il solo ristoro. E, pi degli uomini, sicuramente, lo intendono gli uccelli vaganti, il passero solitario, la candida luna, le taciturne piante, i colli odorati. Ed  singolarissimo come il nobil conte e discendente di illustre prosapia, dagli anni teneri agli anni estremi, serbasse intatto il suo ideale di umilt e verginit di vita, e, nelle campagne aperte al sogno, nelle solitudini agresti trovasse l'essere umano che pi gli moveva il cuore e destava la sua immaginazione. Il suo vero eroe in cui vorrebbe specchiare s stesso  il pastore. La sua gregge  muta; non lo sconvolgono torbidi e concupiscenze vane; e sereno negli ampi spazi s'assorbe; riposa e addormenta l'animo stanco. Il soliloquio tacito, il lamento che esala al liberissimo cielo e la profonda quiete l'accolgono. Insistente, perseverantissima nel Leopardi la visione del contemplante o errante pastore, vero sacerdote della sua religione, d'incorrotta, inviolabile natura, e della sua vita meditativa l'ingenuo, il pi fedele interprete. Non vi appare come una pastorale tragica la dolcissima sinfonia lirica che ricanta in varianti melodiche senza fine? Ricordate come tra i sogni e le immagini della prima fanciullezza vedesse il paradiso, bellezze di vita pastorale, inconcepibili, "guardando alcuni pastori e pecorelle" dipinte sul cielo d'una sua stanza. Gi si raffigura nel pastore dell'idillio di Mosco che traduce, il solitario che favella al mare tranquillo e riflette sui destini della vita; un pastorello fuggente la piena improvvisa delle acque su cui vedr galleggiare la greggia  in un suo abbozzo poetico pressoch infantile; in altro idillio di quei tempi piange un pastore senza pace, al raggiare della placida luna, l'amico perduto; in un successivo dialogo altro pianto preme dal cuore altro pastore, cadente negli anni, orbato dei figli. N si arrestano le confidenze quando pi gonfia si rivela la vena del canto. E aggiunge silenzi ai silenzi il poeta, tesa l'anima ai misteri pi gravi, come se assistesse ad un dissolversi della vita e ad un cessare delle schiatte umane. Dovr fuggire il giorno, calare la notte nel sereno dei cieli, fiammeggianti di stelle, scomparire la terra, e apparire l'astro degli afflitti che va per i sempiterni calli.
Al termine di tante amare esperienze quale abito pi conveniva al poeta, carico di affanni, asciutto di pianto, vedovo di conforto, che l'abito del pastore errante, quale canto pi adatto al muto dolore, che il canto notturno, sollevato nell'immensit tacente, accolto entro il profondo sereno, sole le stelle attente al sospirar vano del misero, perduto su un punto dell'universo che ingloba le sfere senza fine nell'aria infinita? E, come rintocchi e gemiti di lugubre campana, battuti nell'immensit, vanno le domande ai celesti sugli arcani di chi dolora in terra, sul perch della vita, del soffrire, del vagar vano e del morire. Chino sugli abissi dell'ignoto l'umile pastore, come l'era il povero poeta; e si distacca il misero dalle sue pecore pascenti, come si distacca il poeta dal gregge umano, per raccogliersi e sollevare lo sguardo e aver cielo per l'accorata meditazione. Il suo gran mondo di stelle lo risarciva dell'infimo, impercettibil mondo, su cui tremava il piede stanco. Misteri in terra, misteri nei cieli. Chi li scruta? Chi li indovina?
Ma  irresistibile la spinta all'alto negli spazi eterei, il rapimento del poeta e lo smarrirsi nei labirinti astrali, come se lass brillasse tra le luci eterne la sua patria vera e negli eterni giri l'attraessero i vaganti celesti. E una tenerezza immensa lo stringe quando apostrofa i peregrini di lass, certo pi saggi e pi degni d'amore delle perdute, oscure genti di quaggi.  cos spontanea e candida la sua richiesta di consiglio, di luce, di commiserazione e di piet; cos fervente il colloquio che allaccia, come per unire la bassa creatura terrestre ai destini delle sfere altissime. Destini occulti, senza luce che li penetri nel vuoto degli spazi; e pi assorbono il poeta delle alterne vicende del mondo suo, senza luna e senza stelle. Famigliari a lui le regioni del cielo, come l'erano a Dante, sospirate, studiate, seguite, amate dal Leopardi nella prima adolescenza, tutto sprofondato nelle indagini di astronomia e delle credenze astrali degli antichi e dei moderni, e, degli scrutatori del cielo compagno zelantissimo, entusiasta di Copernico, ideatore fantastico e fanciullesco di sistemi dell'universo. Le ricerche appassionate si facevano poesia; e il verso s'arrende alla grandezza e sublimit delle visioni che instancabilmente si rinnovano e placano la coscienza del nulla di questo globo, del nulla negli universi spazi, e conducono alla pluralit dei mondi, ai sistemi infiniti, alla paurosa vastit del cosmo creato. In questa sete dell'infinito, nel porsi perennemente alla soglia dei misteri dell'universo  evidente la manifestazione del divino. D'istinto, di slancio solleva il particolare che osserva al pensiero del generale e universale. Sempre al caduco oppone l'eterno, l'illimitato al finito e circoscritto. Aveva insopprimibile il bisogno metafisico, inestinguibile, l'ardenza per il sovrannaturale; non conosceva limiti all'aspirare, e amministrava nel tempio sacro dell'anima il culto della bellezza eterna.
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Il pastore errante dalle sue aride lande solleva lo sguardo al cielo, alle stelle e, fasciato di dolore e di fastidio, giudica della vita mortale. E tra gli eletti, e di tale elevazione dell'anima dispone appunto perch  umile, semplice, incorrotto, un rustico. Il poeta rimembra lo smisurato affetto che nei verdi anni poneva ai primitivi, tutto spontaneit e immediatezza, non guasti dalla civilt corruttrice. Il selvaggio  all'infanzia del mondo e al margine ancora della infelicit. Viva pure nelle selve, ha intere passioni, rozzo ingegno, ma sentimenti vergini; pu bearsi degli aspetti della natura e godere d'ogni festa campestre. E un piccolo selvaggio, non aperto ancora ai crudi inganni e alle ambasce della vita,  il fanciullo. Durasse questa fortunata et, e tardasse ad accendersi in lui la face dell'arido vero e a operare la ragione. Divinizza il fanciullo il mesto e derelitto poeta, che tragitta solo, non ha carezza, sorriso e bacio di bimbo; e a ricondursi ai suoi primi tempi, di tanta ebbrezza e tanto tumulto di affetti e s candida ignoranza, invaso dal suo mondo di favole, non distratto dal suo immaginar vago, tende l'intera vita.
La foga con cui si abbatteva sul mondo antico, e sviscerava testi, traduceva, e mettevasi al lato degli Elleni e dei Romani, e plutarchizzava con baldanza  pur riflesso di questo culto per le prime et ingenue, forti e gioconde e dello svisceratissimo amore per l'infanzia. N ci sorprende che, durando il fervore dell'anima, uscisse dalla sua gran febbre di erudizione non oppresso, ma rinvigorito, corrente alla poesia. Gli si apriva, cogli esempi di virt e di eroismo, una palestra di vita, da opporsi alla vita lenta e putrida dei suoi contemporanei. Un franco agire, passioni indomite, valore intrepido, l'audacia del combattere, l'aperta, lieta fronte della giovinezza eterna. "Care e benedette et" che vanter il carme all'Italia. Risorgessero; tornassero i Scipioni alle terre italiche deserte e languide. Ma erano spenti ahim quei mondi di cos fresca e gagliarda vita; sepolte le divinit che aleggiavano ai magnanimi e ai forti, rimpiante pur da Hlderlin e da Schiller: "schne Wesen aus dem Fabelland". E il grido perch si ritorni all'antico e si riacquisti la patria perduta si disperde nei venti.
L'eroico non si disgiunge dal naturale e dal semplice; e armonizza il mondo degli indomiti, di sveglie energie, col mondo idillico, il regno degli umili, liberi di colpa, di forze elementari e intatte. Da umili ricordi si giungeva allo smarrimento nei grandi pensieri all'infinito e all'eterno; dalla indurita zolla l'occhio si toglieva per fissare la volta dei cieli e il nodo delle stelle. Foss'egli nato campagnolo il povero poeta! Una capanna, un orto, un terriccio aperto all'azzurro e al sole, e innanzi il piano, il colle, il cielo, per distendervi le tacite meditazioni. Artigiani, erbaiuoli, villanella della gleba, povere fanciulle che vanno al lavoro, o cantano o annaspano, e vivono e muoiono nelle quiete stanze, altri non desidera come compagni; e involge quegli umili del suo affetto fraterno, e intimissimamente con loro vive, con loro si oblia. E tace il mondo quando risuona la loro cara voce.
Dicevo in un mio discorso:(1) "Sono le piccole, tenuissime cose, le scene pi intime e romite quelle a cui pi si affeziona. Il paesaggio pi semplice e disadorno pu suscitargli la commozione pi viva e pi dolce. La vibrazione dell'anima pi intensa muove talora da una immagine lieve, tenerissima, da un fuggevole tocco, da un suono leggerissimo, da un minimo ricordo, soave o doloroso. Ai superlativi del sentimento nella lirica che gli sgorga nella pienezza del cuore fanno riscontro i diminutivi che trasceglie e vezzeggia: la gallinella, il villanello, la donzelletta, il vecchierello, i nugoletti, la finestrella sopra la scaletta. Questa risonanza profonda nell'anima dei pi minuti o comuni spettacoli forma l'incanto maggiore della poesia del Leopardi. La commozione di questo tacito e raccolto osservatore entra in noi, non sai per quale magia; e il dolce verso pare respiro della nostra anima. Un rumore di martelli, la sega dei legnaiuoli, lo scalpitare dei cavalli nel cortile, il rintanarsi del coniglio nel suo covile, l'errare della lucciola entro le siepi sulle aiuole, un moto soave di fronde, il suon dell'ora della torre del borgo che reca il vento, il posarsi quieto della luna sovra i tetti in mezzo agli orti, il lavar malinconico dei campi quando piove a distesa, una corona di piante taciturne, il primo sussurro degli uccelli nel ridente mattino, il saettar del primo sole tra le stille cadenti, il tralucere di una notturna lampada pei balconi, una tettoia, un passero, un baco da seta, un fiore, uno sterpo, la cosa pi umile pu dare a lui un'immagine viva e poetica e gonfiargli il cuore. E l'umile ginestra appunto, radicata sull'arida schiena del Vesuvio, di tristi - lochi e dal mondo abbandonati amante,  trascelta, quando gi fuggiva al poeta la vita, quale conforto entro le rovine e il deserto, pieghevole al fato inesorabile che tutto distrugge e annulla, ignara della stolta superbia degli uomini, pietosa ancora dei danni altrui, fiorente e dolcissimamente olezzante al cielo".
Esce con pena dai recinti di solitudine, dove si condensa il silenzio e vi ha stanza il sogno. E dove gridano le folle e rumoreggiano le citt l'assale l'angoscia, gli cresce il tedio. Chiama infauste le mura di Recanati, e deve pur sempre sospirarle. Era pur divina la selvaggeria del natio borgo. Ogni cosa l dentro, anche le apparentemente disanimate, avevano un'anima, un palpito, un gemito, una voce di eterna poesia. Qui il poeta ribelle e tenero ha trovato l'intero campo della sua malinconica e soave contemplazione, tutto il secreto della sua arte, i divini moti del cuore, l'intero suo mondo poetico. Sdegnato e disgustato fanciullo torce in vituperio e imprecazione la sua benedizione secreta a quel suo asilo di pace, la capanna sua, ove al mattino dolcemente lo risveglia picchiando il sole; e l'occhio spazia sugli alberi vicini e le montagne azzurre e la marina; ed erra poi tra le sue selve e i suoi poggi; e siede sugli sbalzi e sull'erba; e medita e sogna e accarezza i suoi fantasmi.
Qui si avvezza, tocco da una minima, ma vivissima e limpidissima percezione del reale, ad aprire varco all'anima percossa dalle visioni ideali pi solenni ed ampie, a muovere il sogno, nell'indeterminato e fluttuante, colpito come da una nuova visione interiore, che lungi lo porta negli orizzonti che sconfinano, e gli rinnova e raddoppia la vita del sentimento. Questo togliersi improvviso dal suo assorbimento, questo balzar col cuore ad un suono, ad un accento, ad una voce o squilla che lo percuote  la sorgente viva del suo pi intimo canto. Segni di pi calda vita, le immagini pi care vengono dal passato. E da una misteriosa regione lontana passa tremante una nota, un accordo che scende al cuore, e ha larga, profonda risonanza, desta un mondo ancor dormente, e solleva altre onde di arcani suoni, scendenti alla mesta melodiosissima sinfonia sentimentale.
Il desiderio del passato  lo stimolo pi pungente all'anima sensibilissima, accesa per un nulla. L'ora che batte e segna il fluire del presente non reca che tristezza e dolore. Convien ricondursi ai beati tempi della fanciullezza, quella breve spanna di tempo in cui raggi felicit vera e fior l'unico fiore dell'arida vita. Da quegli anni, in cui tra le prime lagrime s'aperse la prima scena del mondo, ogni sua virt di poesia e di sogno gli deriva, ogni piacere del suo fantasticare. Vol e trapass cos rapido quel dolce tempo. E, nella fuga e rovina di tutto, nel discolorirsi e disabbellirsi del mondo, fatto deserto all'anima, nulla pi lo turbava che il disparire della giovinezza, il venir meno di quella sua primavera di vita, il disciogliersi dei fantasmi, l'estinguersi d'ogni alto senso, di ogni tenero affetto. E s'affanna a ritrovare nella memoria quei raggi fervidi, quei moti soavi, quei palpiti, quelle immagini, il beato errore, e obliarsi in quei ricordi e simulacri di vita, pur sapendo ch'era inganno apparso, caduto di volta in volta.
Di quei ritorni nostalgici e teneri abbandoni e fughe al martirio del pensiero, delle sue povere feste del cuore, tacitamente preparate entro lutti e squallori,  tessuta la sua poesia, poesia di evocazioni e rimembranze. Tutto - ancor dicevo nel discorso passato - tutto si porta nel santuario dei suoi intimi ricordi, e se lo pone ancora dolcissimamente innanzi a s con un sussulto del cuore, e ritrova, rivede, riafferra l'oggetto amato, pregusta la gioia di quella conquista novella, s'inginocchia dinanzi ai suoi fantasmi, li adora, li accarezza, si inebria, si scalda, tocca il suo cielo. La passione illanguidita gli risorge; e confida al molle verso questa affettuosit e ebbrezza di vita che gli fluisce. Nulla cos a questo virtuoso delle ricordanze tramonta e dilegua di quanto gli apparve dolce al suo cuore; e tutto, anche tra i pi amari sconforti, gli pu rinascere e rifiorire. Tale era in lui il fascino dei ricordi da avvertirlo lui stesso come fonte precipua di poesia. Le sensazioni e immaginazioni pi poetiche consistono nelle rimembranze. E pi questa rimembranza  remota, pi diletta e rapisce. Pensate alla nera disperazione del poeta quando vedevasi preda agli asciutti e lugubri distilli del sottile intelletto sul nulla in cui si risolve il mondo e l'infelicit di un universo senza scopo, se non lo soccorresse la virt divina del rievocare e non tornassero a lui sollecite le memorie, le idilliche gioie, le affezioni dei tempi andati. Percorre adunque, con l'ardenza del cuore sempre rinnovata, le vie del passato. Dietro a lui  il solo vero, l'unica luce; la realt vissuta si trasfigura, si spiritualizza e si sublima nel ricordo; e il poeta s'intenerisce, si ritrova nel suo paradiso d'amore, entro l'azzurro e l'aria pura e serena; e, col conforto, il vigore dell'anima gli rinasce. Grida a s, grida ai suoi fantasmi il suo giubilo: "Silvia, rimembri ancor?". E ci d capovolta la sentenza sul "nessun maggior dolore", che straziava la misera Francesca, creandosi la sua unica sembianza di felicit nei ricordi della letizia trascorsa. N il ricordo gli si amareggia, per tristezza e gravit di affanno che la cosa rievocata abbia in s. Gli giova richiamare l'et del suo dolore. Anche l'infelice amore e la delusione profonda placano ogni acerbit, quando l'involge la dolce armonia della rimembranza. Medica le sue ferite, tornandosi a dolere della sua sventura; soavizza il lamento; e si vede a fianco, sempre carezzevole, la Dea Melanconia, che leniva le piaghe e trafitture del suo Petrarca.
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Se ha del prodigio questa facolt di ricreare perennemente dalle rovine del pensiero le illusioni confortatrici, gli ameni inganni - e Leopardi si doleva che il Cervantes spandesse il ridicolo sulle folli, dolci chimere -  pur miracolosa la virt del sentimento nel delicatissimo eppur fortissimo poeta. Era infine la voce del cuore l'unica voce della eterna poesia nel suo concetto. La scienza porta alla soglia del nudo vero, ma mina e distrugge. Il sentimento edifica. Il sentimento  la fede,  Dio,  il divino che si trasfonde nell'umano. Cessati i moti del cuore, che valore pu avere il mondo? E non  il cuore che ricrea le immagini sorgenti dal passato, e offre il supremo ardire e ingigantisce l'anima, e nutre la brama di eternit? Con questo suo cuore giammai si stanca di ragionare il Leopardi, e attende i miracoli della sua vita: E con infinita dolcezza l'apostrofa: "Cor mio - cuore nostro - dimmi tenero cuore". Lo spirito, l'ardor natio, ogni suo conforto sono doni del cuore. Era nato ad amare, a disperatamente amare. Quanto fervore sotto il gelo apparente delle amarissime sentenze; quale ardenza d'amore nelle accuse pi violenti; quale dolcezza di desiderio nello sdegnoso rifiuto! Muove la sferza, s'atteggia all'ironia, ride ed ha tremante nel cuore il pianto.
Il suo pensiero, che arieggia a sistema, vorrebbe essere asciutto e scarno, ed  pur vestito inconsapevolmente di verde, e reca il soffio della fantasia, l'impeto del cuore. Non dovr identificarsi la vita con l'amore? Non condurr ad un trionfo d'amore la scienza umana pi rigida e quella pi sublime? Drammi d'amore solitari sono le sole avventure che si svolgono in quel suo eremo di vita. E, se  acerbo il rimpianto per l'inganno avuto e le cadute speranze, appena si svelano le piaghe e trafitture di quel cuore sanguinante. La sua terra gli porge l'una e l'altra figura di donna; e lui ne fissa il volto, l'immagine cara, per subito trasfigurarla entro il cielo della sua amorosa idea, ed adagiarla, di angelica sembianza, nel suo sogno. Una subita passione che occulta, cocente talora sino al martirio,  all'istante purificata. La donna si solleva a spirito; smarrisce i lineamenti, l'essenza sua terrestre;  fatta fantasma, vivente pi della realt stessa.
Si appagava cos il poeta della vaga immagine portata alle sfere aeree, con lo slancio dell'anima. Nessun sognatore e poeta della nostra Italia e di altre terre sapeva raccogliersi cos intimamente a quella luce accesa nella fantasia o nel ricordo, porsi a colloquio col suo dolce fantasma, accarezzarne le care sembianze, udire il suono della sua voce, bearsi del suo canto e godere, pur cos disgiunti in realt, avvinta alla morte quella che significava tutta la sua vita, come di un congiungimento d'anime veramente avvenuto e veramente divino. Commuoversi cos, scolorarsi il volto, struggersi, supplicare l'amata di rimembrare ancora, e immaginare il congedo con infinita tenerezza e voluttuoso dolore: "Mio dolce amor - passasti". Veramente, il pallido, adorabile poeta poteva unirsi ai celesti, ideando la sua "Storia del genere umano", e indurli ad accordare la discesa di amore agli afflittissimi mortali, perch desse ristoro e conforto e diffondesse tra i migliori e i pi teneri, s pellegrina e mirabile soavit(2).
Non lo eguagliava lo Shelley in questa tenerezza e inaudita sensibilit. Ed era forza, fermezza, veementissimo, indistruttibile respiro di vita questo abbandono del cuore che non si vince. Giammai fiacco, arrendevole. Melodica, ma risoluta la voce che gridava la dolente rinuncia, l'"entsagen" l'"entbehren" beethoveniano. Porta, senza flettere la grave croce per il duro calvario, e rassicura il padre che egli ha gigantesche forze di soffrire. Si scava col pensiero le grandi voragini, e non ha un tremito. Guarda lo spaventevole vuoto con serenit e voluta freddezza, erta la fronte, tragittante nel grande deserto, deciso, come il suo Tristano, ad accettare tutte le conseguenze della sua nera e desolata filosofia, senza mollezza di lamento in ogni elegia, pronto a calpestare ogni vigliaccheria, ad affrontare ogni crudelt del destino, col quale mai egli verr a patti. Sogna alla soglia della morte una fratellanza degli uomini, per combattere la natura fattasi empia distruggitrice.
Sempre la dignit e fierezza accanto al dolore; sempre un sollevarsi e grandeggiare dinanzi alla sventura; e sempre compagno all'idillio l'eroico, il senso di magnanimit, l'audacia della lotta, della sfida, la coscienza d'essere nato non al pianto unicamente, ma anche "ad alte imprese". Cresce in contrasto coi suoi, con la societ, col mondo, e filosofeggia, sia pure con uno strascico di idee dei deisti, degli illuministi, dei materialisti, ignaro dei grandi Germani, ma isolato, come fisso su di una rupe, torreggiante sugli Oceani, di implacabile costanza, inflessibile, lui contro tutti. E dove gli parlano di progresso acuisce l'accusa sino allo scherno. E doveva lasciare gran solco nell'anima di Schopenhauer, di Nietzsche e di Richard Wagner. Ma sotto lo sdegno e l'ira cova l'ardenza maggiore, la volutt del sacrificio per una idea eccelsa, per un bene, sia pure inconseguibile, e quell'alfieriana fierezza d'amor patrio che serpeggia nei canti, tutti ingemmati di motivi eroici. Quando canta le sventure e l'onta della sua Italia, il carme elegiaco gli si trasmuta in inno di guerra; l'enfasi si fa calda eloquenza, fiamma di virile sentimento, che accende e muove alla pugna e scote i codardi; combatter lui con armi proprie il poeta, adolescente ancora, se le genti, "a vincer nate", rifiuteranno la lotta. Fremono di sdegno contro gl'ignavi anche le carte pi placide dei suoi diari: "In quest'ozio, in questa noia, in questa frivolezza di occupazioni o piuttosto dissipazioni, senza scopo, senza vita, insomma senza n patria, n guerre, n carriere civili e letterarie, n altro oggetto e di azioni e di pensieri costanti, l'italiano non  capace di sentir nulla". Rimeditiamo, or che uscimmo di mollezza, i carmi e i pensieri di questo solitario audace, che non vuole vita comoda, imbelle, sonnolente e putrida, ma la sospira mossa, tra vortici d'azione, fra turbini e tempeste, gettata, avvolta nei pericoli, e sentiremo di venerarlo anche come sacerdote e profeta della patria. Par bene che le nostre generazioni l'abbiano inteso, sentito nelle viscere.
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Penso a quel che  eterno in Leopardi e trascuro - che si pu qui fissare in un'ora fugace? - sulla virt del pensiero, originale e acuto, penetrantissimo indubbiamente, ma sacrato alla fissit, non pieghevole ad un divenire, con un deliberato crescendo di negazione e il dardeggiare contro la Natura, rimossa dal suo altare, dove aveva incenso e amore, e fatta lugubre Dea, dominante sullo sterminio e sulla morte. Ogni forza di speculazione  vinta dall'onnipossente energia del sentimento. E alla morale, ad un'etica in azione approda tutto il meditare sull'assoluto e gli universali. Dir del vano affannarsi della ragione ai misteri della vita, solo penetrabili all'immaginazione e al cuore. E sar primo lui il poeta ad avvertire il discordare perenne tra le sentenze emesse e le vaghe immagini che ricreano il suo pensiero distruttivo. La logica del cuore esige il contraddirsi fatale e benefico. E i dialoghi sono soliloqui dell'anima che comprimono il gemito e soffocano la passione. Staccate dal cuore, in eterno sussulto, sono quelle pagine nitide, taglienti, a volte marmoree, che rinchiudono il vangelo filosofico leopardiano. Inevitabile che lembi di verde, oasi di freschezza si gettassero entro le lande squallide del pensiero, fuggente la letizia, corrente ai deserti, ebbro del vuoto e del nulla. Tanta luce riverbera ancora quel turgido specchio della miseria degli uomini e della loro immedicabile infelicit! Un alito di cos intensa vita passa, col suo sorriso di cielo, sulla necropoli costrutta del dolore e della mestizia! Quante immagini ritrovi rifiorite sulla imposta devastazione! La morte stessa, invocata con dolcezza, s'impregna di vita e si affianca all'amore. Un inno di morte soavissimo cantano le mummie, paghe del loro disfacimento, sciolte di timore e d'affanno, sicure dell'antico dolore. L'amata fanciulla sparisce e riappare; si veste di grazia e dolcezza; e soavemente dice: Son morta. Il tremito del terrestre  ancora nella figura che si sublima e si eterna. Pensavo ai morituri del poeta quando recavo il mio saluto alla tomba di Napoli. Si distaccano dalla vita risoluti, ma con l'affannoso sospiro all'esistenza mancata, ingoduta. Appena libarono dal calice del piacere. L'azzurro che involgeva la misera Saffo, il bel manto del divo cielo, la terra s bella, s rorida! Ed ha smarrita l'anima Consalvo quando gli fugge la vita, si spengono le sue stelle, l'amore suo tramonta con l'estremo palpito e il bacio d'Elvira, e l'universo gli si chiude.
Ogni crudezza di pensiero doveva pure temperarsi e blandirsi l'immenso sconforto, sciogliendo il suo canto nel tempio dell'arte che lo raccoglieva! Saper dire il suo dolore! E dare figura e un'anima ai suoi fantasmi! Pensa a Dante, all'arte redentrice, all'ara di rifugio, ove si disacerbano i suoi mali, e sorride alle "care arti divine", eternamente viventi, "conforto a nostra sventurata gente". N pu stupire tanta serenit di accordi in questa sua lugubre sinfonia del dolore, tanta compostezza e misura nel canto agli smisurati affanni, la calma, la quiete, la purezza del cielo pi azzurro nella voce che si solleva sulle bufere, gli scompigli e le trafitture del cuore. Distilli della tristezza senza fine, lagrime che Dio raccoglie e trasforma in perle di canto. Facile  sentenziare sulle mende e storture di alcuni di questi divini frammenti, in cui  penetrato discorde il ragionamento che raffredda, l'ironia che ferisce, il risentimento amaro che corrode. Meglio varr subire intero l'incanto e il fascino della maggior parte di questi idilli, che sono epopee tragiche e vere quintessenze di vita; fissarci in quella meravigliosa limpidezza, trasparenza e semplicit del verso, cos grave di mistero, cos saturo di sentimento, nell'elementarit e pienezza di quegli accenti, l'espressione dell'anima pi naturale, pi modesta e pi concreta, sorgente come grido dalle intimissime profondit, da abissi che non s'indovinano e che non lice esplorare.
Non esteso questo mondo di sogni, d'angoscia e di dolore che s'apre a noi; poche corde si vibrano; ma la risonanza  infinita; e il sentimento ondeggia e innanzi e lontani ci sospinge nell'ignoto, dove aleggia il mistero. E non vi spiegate il miracolo di questa possente suggestione e immersione nei mondi arcani, prodotta da questo verso leopardiano, sorto da una visione determinata e plastica, nitido, direste tangibile, rifuggente dall'astratto, creato entro il corporeo, l'umano, l'umano che trasfonde la sua anima anche alle inanimate cose, e tutto personifica e affratella i terrestri coi celesti. Una gravit congiunta alla grazia e purezza, un virgineo candore, e una solennit di accento, come nei detti biblici e nelle liriche dei primitivi, che ricorda la maest e sublimit dei cori nelle tragedie elleniche.
Dono supremo anche saper illeggiadrire tanta acerbit e tenebrosit di concetto, scandere cos soavi e sereni quei Mementi cos inesorabili al travolgersi e trapassare di tutto, al cadere dei regni e degli imperi, e all'estendersi del nulla nei domini umani fatti deserti, polveri di sepolcro - "Nostra vita a che val? solo a spregiarla". "Non ha la vita un frutto, - inutile miseria". "Presso la culla - immoto siede e sulla tomba il nulla". - Eppure, al disfacimento e alla morte vanno con tanta dolcezza di canto le povere larve abbattute, e cos soavemente il caduco si pone in grembo all'eterno, da provarne appena tristezza e dolore, scossi da quei funebri rintocchi, staccati da un'eroica, digiuna di lamento, fortissima, che discende e batte sul cuore. Pi non insisto sulla dolcezza melodica e la virt musicale infusa, innata nel verso, e tutta emanante dall'anima, nel perenne fluttuare di affetti e di passioni. Quante volte il poeta, cos concreto e lapidario, invoca il magico potere della musica, per esprimere il suo rapimento nell'indefinito aereo, l'inesprimibile, che gli tumultuava in seno e sembrava fuggisse la parola! Sorte da un'onda musicale che si muove dagli abissi dell'anima, alla musica anelano e corrono le sue effusioni sentimentali. Nelle soavissime armonie dell'anima s'adagiano le visioni, i pensieri stessi, percossi dalle immagini sorgenti dagli impulsi e dai fremiti del cuore. Le strofe delle meravigliose liriche si svolgono e si intrecciano come temi di sonate attorno ad un motivo dominante e frementi tra pause e paurosi alti silenzi e gemiti compressi. Mi sovvenivo di Leopardi, parlando in questa Reale Accademia dell'arte austera e pura e intrisa di cielo di Vincenzo Bellini. Non ci incresca che ora accosti a Beethoven il delicatissimo e profondissimo poeta dell'Infinito, del Canto notturno e della Ginestra, titano pur lui nella sofferenza e nel martirio, e pareva piegasse come tenero fiore ad un soffio, teso all'eroico, in tanta e s struggente passione per l'idillico, di gigantesche energie nell'accendibilissimo interiore, capace di tanto dominio sulle tempeste del cuore, placate, come le movesse una man divina, nella divina calma dell'arte, tendente, pur nel desolato sconforto, ad elevare le coscienze, a rendere eroica la vita, a far sorgere dalle rovine del pensiero lugubre nuovi mondi arcani, Elisi ignorati, dal Nulla un Tutto che si rianima, con un pi celere e profondo ritmo di vita. Vissuti ad un tempo - di un decennio precedette nella morte Beethoven il Leopardi, che ignorava il grande, immerso negli eterni crucci e nel dolore - ma sollevato pur lui, di slancio, dai suoi inferni alle serene altezze dei cieli. Si ritroveranno al di l, nei lidi eterni e nell'eterna pace, gli spiriti affini; e sogguarderanno il mar d'affanni su cui pass la vita terrena. E tra i celesti riudranno, forse ancora con un nostalgico pensiero alla terra di sogno, di dolore e di poesia abbandonata, le melodie serene, dolcissime, erranti nell'anima loro e diffuse nel soggiorno tra i mortali, che sempre le avranno risonanti nel cuore, e conforteranno le generazioni infinite che si succederanno nel tacito volgersi e precipitare dei secoli.
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FINE.
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NOTE.
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(1) Rinvio alla mia prima caratteristica leopardiana, passata dalla "Nuova Antologia" del 16 Maggio 1924 al vol. Petrarca, Manzoni e Leopardi, Torino, 1925, pp. 10 seg.
(2) Ho voluto qui ricordare un giudizio del mio discorso leopardiano svolto alla Villa delle Ginestre nel gennaio del 1934 e tuttora inedito.
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FINE.